Luce che filtra

Da anni mi aggiro per questi vicoli stretti, suggestivi ma troppo stretti.
Da qualche parte deve esserci un varco per approdare in Piazza del Campo.
Se lo trovate, ditemelo. Non vedo l'ora di arrivare

mercoledì, 07 ottobre 2009

Il brivido di piacere della gran dama



Adoro questo tempo. Il cielo di una fine d'estate prolungata che si fa grigio, l'aria che si rinfresca mentre le temperature rimangono alte. Girare in maglietta sotto le nuvole che interrompono la banalità dell'azzurro, la ripetitività ferma e terrificante dell'estate. La vita ricomincia a scorrere.

Milano è percorsa da un fremito, da un brivido di piacere. Alle sei le luci delle vetrine e dei lampioni riacquistano la loro dignità e tutto intero il loro fascino, la città si risveglia dal torpore della stagione calda, che malvolentieri sopporta, e si prepara all'inverno, lo pregusta, vi si avvicina piano, senza fretta, sapendo che lì si giocherà le sue carte migliori, lì sfoggerà l'abito che le sta meglio. E' lì che sarà una gran dama, altro che le scollacciate ragazzine che qualsiasi città di mare può vantare.

Intanto puoi girare in maglietta. La sera puoi stare sul terrazzo e bere un whisky guardando lo skyline dei palazzi, i capannoni metropolitani che diventano location, showroom. E non ci sono zanzare a segnare la malattia dell'aria, a evidenziare l'incongruenza tra il design elegante dei tram e la volgare densità dell'estate.

E' ottobre, e puoi passeggiare in maglietta. Ma Milano sa che questa è quasi la sua ora.

Lo senti nell'aria, e puoi ammiccarle, se un po' hai imparato a conoscerla.

Postato da: malfoy a 22:48 | link | commenti (2)

martedì, 22 settembre 2009

Stranieri


Siamo estranei totali. Tutti.

Parliamo linguaggi diversi con parole sempre uguali a cui ognuno dà il suo significato.

Ci sorridiamo come per scusarci l’un l’altro dell’incapacità di comprenderci.

Siamo stranieri che balbettano parole che forse garantiranno la sopravvivenza nei giorni a venire. Niente di più.

A volte i nostri corpi si incontrano, ma non riusciamo a capirne il senso.

Capita raramente nella vita, rarissimamente, di cogliere al volo una sintonia, di sovrapporsi a un’onda, di capirsi davvero, per quel momento preciso, a volte solo per un secondo. Per poi perdersi subito dopo.

Non puoi non riconoscerlo, c’è una scossa di elettricità in quel momento. Un brivido.

Per il resto viaggiamo su frequenze diverse producendo un rumore che quasi mai è comunicazione.

Totalmente ciechi e inconsapevoli della nostra identità.

Postato da: malfoy a 09:36 | link | commenti

venerdì, 04 settembre 2009


Direzione Oriente


piede


Quando ho visto Pradesh in completo beige e occhiali scuri seduto davanti alla porta della mia camera nell’alberghetto di Mathura dove soggiornavamo, immediatamente le mie difese sono scattate e ho rapidamente pensato a tutte le possibili truffe nelle quali stavo per cadere.


Pradesh era il giovane e zelante impiegato di una piccola agenzia di viaggi (non più di un computer su un tavolo ancora da verniciare) dal quale un paio di giorni prima ad Agra (60 km da Mathura) avevamo acquistato i nostri biglietti ferroviari per il treno che quella notte ci avrebbe portato a Varanasi. Come ci era stato spiegato con grande cura, eravamo in Waiting List, con circa trenta persone prima di noi. Avremmo potuto verificare direttamente in stazione a Mathura le rinunce di chi era davanti a noi, e quindi la validità del nostro biglietto. Tutto chiaro, regolare, onesto. Ovviamente con una piccola commissione per l’agente, in cambio della rinuncia alle lunghe file in stazione.


Non pensavo che nei due giorni a venire Pradesh mi telefonasse così tante volte per informarmi che avevamo davanti a noi 25 persone, poi 20, poi 15…Ogni volta che rispondevo, ero diviso tra l’apprezzamento per tanto zelo, il divertimento per una cosa che come mille altre in India mi sembrava assurda e il crescente sospetto che sotto ci fosse qualcosa.


Trovandomelo poi davanti quando (avendo saputo nel corso dell’ultima telefonata che eravamo ormai a 4-5 posizioni dal posto in treno) stavamo per uscire e andare in stazione, il sospetto sulle prime ha avuto il sopravvento. Poi i suoi modi anticamente gentili, la sua disponibilità, la genuinità mi hanno chiarito la situazione. Pradesh si era vestito bene, aveva chiesto a un suo collega più giovane di accompagnarlo per imparare, e aveva preso un autobus pubblico da Agra a Mathura (circa un’ora e mezza di viaggio). Dalla stazione un risciò fino al nostro albergo e lì mi aveva aspettato, senza disturbarmi visto che ero in camera. Ora era pronto ad accompagnarci in stazione e a verificare con noi l’esistenza del posto. In caso contrario avrebbe cercato una soluzione alternativa. Solo dopo sarebbe tornato ad Agra.


Questo era il suo dovere, il suo lavoro. Così ci ha spiegato. E, a pensarci bene, è vero. Un lavoro che svolgeva con passione, dedizione, piacere. Ma come non trovarlo assurdo, non comune, sospetto, se paragonato a quello che accade qui?


Pradesh è il rappresentante di un popolo speciale, un popolo che è il sale di un viaggio in India. Non si tratta di andare a vedere dei paesaggi, non c’entra la natura; se vai in India, vai a incontrare una cultura.


E’ un popolo che esalta l’individualità e il carattere speciale di ognuno. Sono la calma e la cordialità in un contesto di sovraffollamento, andirivieni, traffico inimmaginabile. La gioia di vivere, in mezzo alla povertà. La capacità di credere che dopo la morte ci sia davvero un’altra vita, la concretezza spirituale di Varanasi, dove i cadaveri vengono bruciati sulla riva del fiume e le candele e i fiori di loto che ne accompagnano le ceneri rappresentano la rinascita. E’ la vita che ti sorprende a ogni passo, è l’insegnamento a evitare qualsiasi pianificazione e prendere al meglio quello che viene. E’ quella magia dell’Oriente che è così difficile definire ma che senti fortemente come qualcosa come abbiamo perso chissà quando e che dovremmo ritrovare al più presto.

Postato da: malfoy a 13:43 | link | commenti (2)

lunedì, 03 agosto 2009

Il prossimo tuo



"Là dove c'è il pericolo, cresce anche ciò che salva". Questa citazione di Holderlin chiude e racchiude il film che in questi giorni è in programmazione al Mexico: "Il prossimo tuo".

Opera italo-franco-finlandese di Anne Riitta Ciccone, è il più bel film che io abbia visto su un tema molto contemporaneo: la paura, il sospetto, la chiusura rispetto al pericolo, la negazione dell'altro a scopo difensivo.

La Ciccone racconta di aver avuto l'idea del film mentre era a Madrid in treno, poco dopo l'attentato. Osservando le facce della gente, e la presenza massiccia della polizia.

A me il tema pare centrale, inevitabile per un regista che voglia parlare di questo mondo. Nessuno finora l'ha fatto così bene come questa giovane Ciccone, nemmeno imparentata con Madonna.

Ottimo cast di attori, e grande sensibilità registica per un tema così difficile.

A godercelo al "Mexico", in un sabato pomeriggio di agosto, eravamo in cinque. Ma questa è un'altra storia.

Postato da: malfoy a 10:25 | link | commenti (1)

giovedì, 23 luglio 2009

Sud



Non so come mai e da dove arrivi esattamente, ma da qualche giorno di giorno e soprattutto di notte, in sogno, ho una sorta di rigurgito sudista, sì lo possiamo chiamare anche così.

La cosa sorprende non poco. Me, e non solo me.

Avrei voglia, adesso, di farmi tre mesi dalle mie parti, nient'altro che castellarte canalarte solarte e via così tutte le sere, vino percoche e pergolati.

Parole con un altro suono, e una diversa pregnanza.

Odori, colori, persone.

Cose lasciate incomplete, che dopo undici anni, di notte, hanno ancora la consistenza, il fremito, il sapore della realtà. Ho quasi l'illusione di essere ancora in tempo a coglierle.

Postato da: malfoy a 16:52 | link | commenti (3)

lunedì, 06 luglio 2009

Mi piace il mio tempo



Prendo uno, quello che mi è più simpatico, e inizio a lamentarmi di questi continui viaggi, del fatto che vorrei essere a Milano, a casa mia, a fare quello che voglio, che queste cene mi stremano ancora più delle infinite giornate di lavoro, e a ogni caffé dico che non vedo l'ora che finisca.

Dice: "pensavo che fossi una persona più dinamica"

Dico: "dinamica? e che c'entra? dinamica a piacere mio sì"

Dice: "allora possiamo dire che ti piace il tuo tempo"

Sì, questo possiamo dirlo, mi piace il mio tempo. Quando me lo toccate, mi fate veramente incazzare

Postato da: malfoy a 12:21 | link | commenti

mercoledì, 17 giugno 2009

Tg-allarm





Postato da: malfoy a 00:38 | link | commenti (1)

venerdì, 05 giugno 2009

Geni nelle urne



Degli oltre 800 candidati avellinesi per le elezioni (ottocento, uno per ogni nucleo familiare, more or less), ce ne sono alcuni che raggiungono vette insuperabili.

Uno si è presentato alla porta di casa dei miei per chiedere il voto a sostegno di una causa nobilissima: se venisse eletto come consigliere comunale, il giovanotto avrebbe diritto al trasferimento lavorativo da Bari ad Avellino e per questo i miei dovrebbero votarlo.

In termini di capovolgimento del mondo, siamo oltre l'immaginabile.

Molto oltre il livello del pure furbissimo candidato dell'Italia dei Valori che apriva la sua lettera odierna che ho trovato nella casella di posta dicendo che difenderà i miei interessi di campano a Milano. Gli interessi di tutte le persone nate in Campania e che vivono a Milano, come me e come lui, tale Aniello qualcosa. Il prode Aniello è degno compare di Di Pietro, e la sua acutezza non dovrebbe stupirmi, ma arrovellandomi alla ricerca di questi fantomatici interessi delle persone nate in Campania e residenti a Milano, francamente la mia fantasia deve arrendersi, non riesco a immaginarne. Cosa vorrà proporre? Di tenere le prossime sedute del consiglio comunale da RossoPomodoro? Non so. A parte che l'amico Aniello si candida alle europee, quindi prevede di difendere gli interessi dei campani che risiedono a Milano o dei milanesi nati in Campania addirittura
al parlamento europeo, fate voi. Geniale

Postato da: malfoy a 19:10 | link | commenti

venerdì, 01 maggio 2009

Tesori di Milano 3 - Mexico



La passione per i film italiani e per le opere prime l'ho sempre avuta, e se il Mexico l'avessi conosciuto appena arrivato a Milano, ci avrei portato Manola tirandola fuori dal suo minuscolo e geniale monolocale sotto un tetto di via Lulli nel quale anche lei divorava qualsiasi film italiano fatto con pochi soldi e senza nomi celebri.

Invece al Mexico ci sono andato per la prima volta solo due anni fa, ed è stato un inizio fortunato, e del quale ho già parlato qui. "Il vento fa il suo giro" con i suoi due-anni-due di programmazione ininterrotta, il passaparola che è arrivato davvero a chiunque in questa città (chi non ne ha sentito parlare?), la colonna sonora che è diventata la colonna sonora del Mexico prima e dopo ogni film rimarrà un caso isolato.

Ma il Mexico è un vero gioiello. Ci si chiede sempre come mai i gestori siano cosi' silenziosi e umbratili, mentre si dividono tra la cassa e il minibar. Ma, dopo "Il vento fa il suo giro" e con l'unica eccezione del supponente e serioso "Il primo giorno d'inverno" (non bastano i silenzi a fare cinema d'autore se quei silenzi non li si sa riempire), il Mexico ha imbroccato alla grande altre due scelte.

"Mar Nero" di Federico Bondi è un bellissimo film illuminato dal talento di Ilaria Occhini e capace di trattare con ironia e profondità il tema già pericolosamente trito delle badanti rumene.

Ma la vera, nuova scoperta è "Fuga dal call center". Anche qui un tema usato e abusato e un titolo che poteva essere migliore. Ma il film, del milanese Federico Rizzo, con uno straordinario Angelo Pisani protagonista, sa essere surreale e illuminante nonostante la prosaicità quotidiana dell'argomento. Si ride e si piange e non solo in momenti diversi del film, anche nella stessa scena, come quella di una strampalata serenata davanti al bagno di un supermercato.

Ci sono altri piccoli cinema di qualità a Milano dove pescare film del genere: il Nuovo Orchidea per esempio, il Palestrina ogni tanto. Ma il Mexico, sotto casa mia, ha una marcia in piu'.

Postato da: malfoy a 22:59 | link | commenti

martedì, 14 aprile 2009

Emozioni che tornano su



Rispondendo a un ingenuo e strabordante desiderio di libertà che mi ha geneticamente trasmesso, mio padre aveva comprato questo caravan per avere una casa in campagna nell'appezzamento di terreno lasciatogli dai genitori. Era a dieci minuti a piedi da casa nostra, ma gli bastava per sentirsi altrove, e libero. Ci andava spessissimo, e preferibilmente da solo.

Quando tutto ballò la sera del 23 novembre, quel piccolo caravan, un pezzo unico, e quindi sicurissimo, incrollabile (al massimo si poteva rovesciare interamente), ci sembrò il Paradiso. E lo fu per tutti i sopravvissuti che in qualche modo ci conoscevano. La prima notte, mentre i grandi gelavano accanto al fuoco in una notte freddissima, noi piccoli dormimmo in 18 in quel caravan. Non li conoscevo tutti, ma erano finiti da noi, e la nostra sistemazione li aveva in qualche modo salvati.

Quell'intimità immediata tra corpi sconosciuti ha ancora per me un fascino insuperabile.

Da allora, e per un paio di mesi, non ci muovemmo da quella campagna, da quel caravan, dove niente poteva crollarti addosso. I ricordi drammatici ovviamente sono tanti, da quelli a lieto fine: i miei nonni che arrivavano all'orizzonte dopo qualche ora e il reciproco riconoscersi vivi, a quelli terribili, mio zio che torna dall'ennesimo, disperato giro di perlustrazione in paese avendo stavolta riconosciuto, su un carro che trasportava i cadaveri, l'anello di suo fratello.

Ma quei mesi per me, bambino di 6 anni così ricettivo di umori e sensazioni, furono anche un imprimatur bellissimo di umanità. L'aiutarsi senza che ci fosse neanche l'idea di non farlo, la solidarietà reciproca tra persone che non si conoscevano ma che si ri-conoscevano in un dramma comune, la vita comunitaria (e senza scuola e senza che i genitori andassero al lavoro), l'assenza di agi e l'assenza di solitudine, la vita che resisteva e piano piano la voglia di giocare, di divertirsi, di vivere che tornava su, ecco tutto questo mi è rimasto dentro come una straordinaria esperienza positiva, a margine della tragedia.

Sono sicuro che questo stia avvenendo anche ora nelle tendopoli d'Abruzzo, tra persone che dentro, dopo tante scosse, in qualche modo si sentiranno anche un po' più umanamente forti, nella fragilità dell'esistenza, negli anni a venire.

Postato da: malfoy a 13:29 | link | commenti

 

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